Riportiamo l’intervista al Presidente Todeschini pubblicata il 25 maggio 2020 su ” Il Resto del Carlino” QN all’interno dello speciale Dossier Agroeconomy – Intervista di Paola Benetta Manca per QN del 25/05/2020

Matteo Todeschini è il presidente di Agripat, società agricola cooperativa che, in Emilia Romagna, riunisce circa un migliaio di produttori di patate.

Come ha vissuto il settore agroalimentare l’emergenza sanitaria?

“Il Paese ha vissuto una drammatica esperienza, durante la quale alcune categorie di lavoratori e imprese non si sono mai fermate, assicurando lo svolgimento di servizi essenziali se non indispensabili. Penso al personale sanitario, impegnato a garantire cure e assistenza. Penso anche agli agricoltori e alle imprese, chiamate a rifornire generi alimentari in un contesto tutt’altro che semplice. La nostra filiera ha dato ottima prova di sé, confermando un dato che potrebbe apparire scontato ma che non lo è affatto: dietro al cibo disponibile sugli scaffali di negozi e supermercati, ci sono anche il lavoro e i sacrifici degli agricoltori. Però, da molto tempo, non viene riconosciuto ai prodotti dell’ortofrutta, in termini di prezzo, il giusto valore”.

Cosa le fa dire che ai prodotti ortofrutticoli non viene riconosciuto il giusto valore?

“Il prezzo è ancora troppo simile al costo di produzione e talvolta penalizzato da iniziative promozionali particolarmente aggressive. Don Sturzo affermò più volte il nesso etico che deve esistere tra la ricompensa ed il merito. Riprendendo quel concetto, vorrei dire che il prezzo giusto di un prodotto ortofrutticolo non può e non deve essere il prezzo più basso: se agli agricoltori é riconosciuto il merito di garantire la produzione di beni essenziali, spetta loro anche la ricompensa di una giusta remunerazione”.

L’esperienza maturata dai consumatori durante il lockdown contribuirà a formare una coscienza collettiva più sensibile all’importanza del comparto alimentare?

“E’ difficile da dire.. Al settore servirà qualcosa in più rispetto a pur lodevoli iniziative a sfondo patriottico che procedono per slogan come ‘Comprate italiano !’ che, se applicati indiscriminatamente, finiscono col mettere sullo stesso piano prodotti profondamente diversi. Nel nostro settore  esistono eccellenze, come Selenella e Patata di Bologna Dop, che rappresentano un vanto nazionale. Sono prodotti coltivati nel rispetto dei più elevati standard e seguendo ferrei disciplinari di produzione. Marchi che godono di una reputazione costruita nel tempo e sostenendo costi importanti per la loro messa a regime, che rappresentano un patrimonio per la nostra agricoltura e che non possono essere equiparati ad altri prodotti, solo per il fatto che anch’essi sono italiani. Quindi va benissimo il ‘comprare italiano’, a patto che questo non si traduca nel far finire tutto il prodotto nazionale in un unico calderone, nel quale il requisito dell’italianità assorbe tutto e diventa un errato sinonimo di qualità”.

Secondo la sua opinione, il Governo ha sostenuto adeguatamente il vostro comparto in questo frangente?

“La recessione economica in atto imporrebbe l’adozione di misure che colgano la gravità del momento. Purtroppo, il Governo si è dimostrato impermeabile a proposte di buon senso, come la reintroduzione dei voucher che si è infranta contro la volontà di regolarizzare 600.000 stranieri, forse per assecondare una parte della maggioranza che sostiene l’Esecutivo. Questo modo di procedere sta mettendo il Paese su un piano pericolosamente inclinato, nel quale, il poco lavoro disponibile e l’eccessivo assistenzialismo statale rappresentano un’epidemia politica ed economica per la quale, purtroppo, sembra non esista vaccino.